Benevento, locanda delle streghe, noce delle streghe, leggende streghe,
I Longobardi, signori di Benevento dal secolo VI all'XI, celebravano i loro riti in onore di Wotban, padre degli dei, fuori dalle mura della città, intorno ad un noce sacro, sul quale appendevano una pelle di caprone, che colpivano con frecce e strappavano con la bocca mangiandone un pezzo. Ai beneventani cattolici il rito apparve diabolico e diabolico finì con essere considerato anche il noce, che venne infine abbattuto quando il duca Romualdo II, temendo di non poter tenere testa all'assedio dell'imperatore bizantino Costante II, per ottenere l'appoggio del vescovo San Barbato, si convertì con tutta la sua gente. Ma la fantasia popolare già aveva fatto dell'albero un centro di sinistri convegni, il luogo d'incontro di demoni e di streghe. Tagliato da San Barbato il noce, che i più situano nella valle del fiume Sabato, continuò a vivere nella leggenda. Da ogni regione, le streghe affluivano nel beneventano, spalmate di un magico unguento che le rendeva in grado di volare, accompagnate ciascuna dal proprio demone, che si chiamava Martinello. Riunitesi in numero mai inferiore a duemila, svolgevano le loro orge, presiedute da Belzebù che, assunto le sembianze di un caprone, premiava le più solerti e puniva le infingarde, facendo giurare ad ogni neofita, col sangue spremuto dalla mammella sinistra, di essere omicida una volta al mese e di ordire malefici. A ciascuna assegnava poi un Martinello, auspicando ogni bene terreno e una lunga vita. Di poi, tutte insieme, continuavano a ballare e a cantare intorno al noce i seguenti versi: "Sott'a l'acqua e sott'u viento, sott'a noce e Beneviento"

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